martedì 16 novembre 2010

Il pregiudizio contro la Lega.

All'indomani del monologo di Roberto Saviano a Vieni Via con Me, monologo riguardante la mafia, il suo essere una realtà anche nel Nord Italia e i rapporti tra mafia e Lega, Roberto Maroni rilascia dichiarazioni infuocate.
"Vediamo se ha il coraggio di ripeterlo guardandomi negli occhi", tuona contro lo scrittore (quello stesso scrittore che ha avuto il coraggio di pubblicare un libro sulla mafia, libro che ha venduto 2,5 milioni di copie solo in Italia e che è stato pubblicato in 52 paesi del mondo; quello contro cui la mafia aveva preparato un piano, entrato in fase operativa, per ucciderlo; quello che vive sotto scorta e continua comunque a denunciare i crimini delle organizzazioni mafiose). «Come ministro e ancora di più come leghista mi sento offeso e indignato dalle parole infamanti di Roberto Saviano, animate da un evidente pregiudizio contro la Lega».
Saviano nutrirebbe dunque pregiudizi nei confronti della Lega.
Ma come è possibile?!

Sarebbe stato sufficiente terminare questo post pubblicando i primi piani di alcuni eccellenti leghisti:
un primo piano di Roberto Calderoli, uomo distinto, composto ed elegante;
uno di Renzo Bossi, la testimonianza vivente che la politica lascia spazio ai giovani, un ragazzo loquace e dallo sguardo fervido ed appassionato;
uno di Umberto Bossi, il Winston Churchill della politica italiana, dotato dello stesso sigaro e della stessa educata vis retorica;
uno di Zaia, magari con il grembiule di McDonald's addosso mentre rigira tra le mani il nuovo hamburger McItaly;
uno di Borghezio..
già, Borghezio, Parlamentare Europeo.
Era qua che volevo arrivare: al fatto che i nostri politici e cabarettisti italiani approdano a Bruxelles e i giornali italiani smettono di parlare di loro, come fossero svaniti nel nulla. Il silenzio mediatico farebbe quasi supporre che siano infine divenuti persone serie, persone che compiono sobriamente di giorno in giorno il loro lavoro.

Cosa ha fatto dunque Borghezio da quando è stato eletto eurodeputato ed è stato inviato a Bruxelles?
In tutto questo tempo si è recato in parlamento, ha assistito a dibattiti e incontri, probabilmente è anche andato alle plenarie a Strasburgo, e ha redatto dichiarazioni scritte sulla desecretazione della documentazione sugli UFO.

Mentre l'Unione Europea rischia di fallire e sulle spalle dei Primi Ministri di ogni paese gravano enormi responsabilità economiche e politiche, mentre la recessione mette in dubbio gli ultimi allargamenti e a rischio quelli futuri, Mario Borghezio ha ragionevolmente presentato in assemblea plenaria una dichiarazione sulla necessità di rendere pubblica la documentazione segreta in possesso dei singoli singoli stati in materia di UFO.
Mario Borghezio sarebbe favorevole all'istituzione di un Osservatorio scientifico che portasse positive sinergie laddove finora non vi è stato altro che il lavoro sconnesso di una molteplicità di enti e governi. Chiede inoltre l'apertura degli archivi per garantire ai cittadini e ai mass media la pubblica fruizione di tutti i documenti.

Mentre noi ci occupavamo di frivolezze, Mario Borghezio aveva bene presenti nella sua mente quelle che sono le priorità del nostro paese e dell'Unione Europea.
Proprio non capisco come possa una persona intelligente ed assennata come Roberto Saviano nutrire dei pregiudizi nei confronti della Lega.

domenica 2 maggio 2010

In basso, ad Est

Ieri sera siamo state al compleanno di una nostra amica, si chiama Lucrezia. Eravamo io, Giada, Lucrezia e due sue colleghe, e poi tutti i nostri amici comuni.
Con le colleghe di Lucrezia non ci ho neanche parlato, essendo troppo ubriaca per fare conversazione e troppo in sindrome premestruale per potermi preoccupare di qualcun altro più che di me stessa.
Però hanno attirato la mia attenzione sin da quando eravamo fuori dal ristorante ad aspettare che arrivassero gli ultimi invitati. Un concetto di eleganza che non prescindeva da quello di provocazione, portavano entrambe tacchi altissimi ed uno sguardo perforante e pensoso. Una era mora, aveva le labbra carnose e una vestitino svolazzante sopra ai jeans attillati. L'altra aveva una gonna corta sotto ad un top senza spalline, era bionda e parlava poco. Venivano dall'est.
Tutta la sera, che io ho trascorso passando da un eccesso all'altro, da risate a voce altissima a scoppi di pianto premestruale, dalla posizione accovacciata su una sedia ad una danza catartica e saltellata, dal silenzio imbronciato al canto di gruppo, loro le ricordo immobili.
Immobili ed altere ad aspettare fuori dal ristorante, immobili ed incomprensibili all'uscita, mentre si scambiavano qualche parola nella loro lingua, immobili persino mentre ballavano.
Immobile e bella la ragazza bionda, anche la sua danza era così intimamente connessa alla provocazione. Mentre io saltellavo come la Pimpa da una persona all'altra, da un lato all'altro del cerchio, lei, con le gambe leggermente divaricate, si muoveva appena a ritmo di musica, impercettibilmente sinuosa. Ancora lo sguardo altero, non il minimo segno di divertimento sul suo volto.
In quel momento tutte, Lucrezia, Giada ed io, abbiamo notato che era bella, ed io ho persino smesso per un attimo di saltellare con autoindotta euforia per osservarla e pensare che, secondo me, non si stava divertendo affatto.
Quando siamo usciti, allegra pattuglia, dal locale, abbiamo chiesto ad una coppia di ragazzi che come noi tornava verso la macchina di scattarci una foto ricordo. Non volevo veramente ricordarmi di quella serata in cui ero stata per tutto il tempo una tale forzatura di me stessa.
A scatto appena avvenuto mi stavo già dirigendo verso la macchina, quando mi sono accorta che non tutti stavano seguendo. Voltandomi ho visto l'individuo che ci aveva scattato la foto, questa volta lui davanti all'obiettivo della macchina fotografica, una braccio sulle spalle della gelida, imbronciata e più immobile che mai, ragazza bionda dell'est.
Basso e pelato, riprendendo in mano la macchina fotografica ha commentato divertito "Io sono così felice, guarda invece lei come è imbronciata"

Solo a quel punto un pensiero è riuscito a farmi uscire dall'egoistico stato di autocontemplazione in cui avevo trascorso la serata, ed è stato che lui avesse chiesto proprio a lei, e che lei non avesse rifiutato e non se ne fosse andata, che, anche se immobile, altera e gelida, avesse acconsentito ad essere ritratta al suo fianco.

martedì 16 marzo 2010

Incontri sinistri


Vorrei parlare all'Inventore Delle Forchettine Da Dessert.
Io, l'Inventore Delle Forchettine Da Dessert, ed una fetta di cheese cake davanti a ciascuno di noi, in una sala per le interviste con una pianta di ficus in un angolo.
"Come ci si sente ad avere inventato un oggetto che è divenuto tanto indispensabile nei cassetti delle nostre cucine?" Gli chiederei con tono affabile, affiancando al piatto un taccuino per appunti e facendo scattare all'infuori la punta della mia penna blu, pronta a scrivere la risposta.
"Sono lo stesso ragazzo di sempre -risponderebbe l'Inventore Delle Forchettine Da Dessert - la notorietà non mi ha dato alla testa. Faccio tutto quello che facevo un tempo, non ho cambiato minimamente le mie abitudini. Il calcetto con gli amici, il giornale la mattina, il pranzo dalla mamma..poi mi concedo il piacere di un dolcetto di tanto in tanto."
Mi ammicca sorridendo. Accennerei a questo punto una risata.
Riflettendo su come porre la domanda successiva, deciderei di mangiare il primo boccone di cheese cake. Gli vorrei chiedere come gli sia venuta l'idea di creare le forchettine. La base del cheese cake è bella burrosa e duretta, e dopo avere attraversato la crema soffice la forchettina arresta la sua discesa scontrandocisi. Premerei con più forza e un pezzettino di cheese cake schizzerebbe contro la mia camicetta bianca. Imbarazzo e rossori.
"A cosa stava pensando -almeno l'incidente mi avrebbe dato tempo di finire di masticare- a cosa stava pensando, quando le è venuta l'idea delle forchettine da dessert?"
"Vede, volevo un oggetto che rendesse la degustazione dei dolci un vero piacere. Che permettesse di goderseli. Che fosse un articolo di classe, la cui presenza distinguesse un pranzo importante da uno di tutti i giorni. Un oggetto la cui imitazione in plastica potesse però essere davvero il presupposto per una più agevole degustazione dei dolci anche per strada. Un oggetto amico di tutti, insomma!"
Sorriderei, sistemando la scollatura della camicia. Metterei da parte il cheese cake e mi protenderei verso l'Inventore.
"No, intendevo in senso letterale, a cosa stava pensando quando ha inventato le forchettine da dessert?"
L'Inventore un po' perplesso risponderebbe che ogni migliore invenzione nasce da una necessità.
"A cosa stava pensando quando ha inventato le forchettine da dessert? A come si puliscono le penne i gabbiani? Se aveva tolto il grasso dal prosciutto prima di metterlo nel panino per la merenda di metà mattina? A come sarebbe il mondo senza fusi orari? A che cazzo stava pensando invece di progettare un oggetto funzionale? O forse non ha pensato affatto, l'invenzione della forchettina da dessert frutto del più clamoroso episodio di sonnambulismo della storia delle invenzioni?!"
L'Inventore paonazzo allora mi risponderebbe per le rime, non posso rivolgermi così a lui, se avesse saputo a cosa andava in contro mi avrebbe negato l'intervista.
"Ma lei si rende conto della merda che ha inventato? Si rende conto della pena che infligge quotidianamente a centinaia di migliaia di persone? Al sentimento di inadeguatezza che genera la sua invenzione?"
Vorrei tanto che mi rispondesse che nessuno si è mai permesso di criticare la sua invenzione, che per quanto gli consta è perfettamente funzionale, che ad esempio ha aiutato milioni di bambini che volevano mangiarsi il cheese cake.
"Nessuno ha mai criticato la sua invenzione, è così? Lei non ha idea di che cosa ci sia di sbagliato in lei, nevvero?! Sa cosa le dico? Il fatto che ci siano ancora forchettine da dessert in vedita nei nostri negozi, il fatto che ci siano ancora delle sedie con tavolino incorporato nelle aule delle nostre scuole, il fatto che esistano cucchiai da salsa con beccuccio e tazze con i disegni solo da un lato, tutto questo la dice lunga sul tipo di mondo in cui viviamo e sul tipo di gente che lo frequenta."

Mi metterei la giacca, riporrei il taccuino inutilizzato in borsa e uscirei trionfante. Monterei in bici, la mia bici azzurra con la lampadina tutta lucida e il campanello coi fiocchi sul lato sinistro del manubrio e tornerei, leggera e soddisfatta, a casa.

domenica 7 marzo 2010

Memorie dall'intervallo

Il cortile del mio asilo più che un cortile mi sembrava un giardino e mi sembrava gigante. Attraversarlo tutto di corsa costava tanto fiatone e male alla milza, eventuali gare di velocità si disputavano quindi sempre per il lato corto e non per quello lungo.
Nei giorni di pioggia si stava in classe a disegnare, nei giorni dopo la pioggia si giocava a fare torte di fango. Nei giorni di sole, quando nessun angolo del cortile era reso inaccessibile dalle pozzanghere, si giocava a nascondino.

Il nascondino seguiva una procedura ben precisa. Non erano state le maestre ad imporci che così fosse, no, potremmo dire piuttosto che tale procedura fosse venuta ad affermarsi per consuetudine. Per prima cosa bisognava che qualcuno lanciasse il gioco e, per farlo, era necessario urlare a squarciagola l'imprescindibile formula di rito:
"Chi vuol giocare a nascondino mette il dito qui sottooo!". Non appena un numero di dita sufficiente a cominciare una partita a nascondino si annidava sotto la mano a barchetta rovesciata del proponente, la formula veniva modificata:
"Chi vuol giocare a nascondino mette il dito qui sottooo! Si sta per chiudereee! -e poi, subito prima di serrare la mano a barchetta rovesciata sulle dita sottostanti - Si sta chiudendooo!"
Ecco. Chiusa la mano veniva il momento del "Chi c'è c'è, chi non c'è non c'è!". E si cominciava a giocare.

Mi capitò, una o due volte, di essere in bagno a fare pipì mentre i miei compagni lanciavano un nascondino. Tutti i miei amici coinvolti nel gioco, volevo veramente partecipare anche io e correvo, allora, da chi aveva proposto il nascondino, pregandolo di farmi giocare con loro. "Giochi dopo" era la risposta dei compagni ed arbitri.
Inflessibilità infantile.
Forse avrei dovuto dire che la mia assenza -correvo veloce, mi nascondevo bene, e sapevo riconoscere in maniera quasi infallibile il momento più opportuno per uscire fuori ed andare a fare pace-per-me, senza privarmi del periodico piacere di restare l'ultima persona nascosta, per poi correre e produrmi in un partigiano pace-libera-tutti - andava a togliere competitività al nascondino. Rivendicare il diritto di fare pipì. Chiedere ai miei amici che giocavano di rifiutarsi di nascondersi fino a che non fossi stata inclusa.
Ma dubito che alcuna di queste proteste sarebbe servita.
Qualunque piccola osservazione veniva controbattuta senza pietà -come possono essere severi e e ligi alle loro regole, i bambini! -: "Si è chiuso, chi c'è c'è, chi non c'è non c'è" .

mercoledì 23 dicembre 2009

Papa Pacelli for Dummies

Sono giorni in cui la neve domina i giornali. L'esercito dispiegato a Milano -che peraltro sembrerebbe essere, stando a quanto riporta la stampa, la sola ed unica città italiana in cui ha nevicato- occupa nelle prime pagine lo spazio di solito dedicato a foto del Presidente del Consiglio, tutte scattate secondo la moda iconografica dell'alto medioevo e fedeli all'immagine del Presidente patiens o, in alternativa, a quella del Presidente triumphans.

Un po' più defilata è la notizia del fatto che il Papa ha avviato il processo di beatificazione di Papa Pio XII, Papa Pacelli, il Papa che ha guidato la Chiesa durante la seconda guerra mondiale, il Papa che persino io che non so la storia so essere una figura ambigua e contestata.

Apriamo un piccola parentesi, avente per fonti Wikipedia e la Repubblica online di adesso, parentesi che potremmo ribattezzare "Papa Pacelli for Dummies", parentesi brevissima in cui diciamo che, fino a che non saranno aperti gli archivi segreti relativi ai suoi anni di pontificato, sarà impossibile stabilire con certezza se Papa Pacelli abbia dato la sua benedizione segreta a preti e suore laiche che proteggevano intere famiglie ebree, o se abbia invece taciuto sull'olocausto pur essendo a conoscenza di tutto ciò che stava avvenendo in Europa.

Non lo sappiamo, MA lo beatifichiamo. Di fronte all'indignazione delle comunità ebraiche il Papa di adesso ha deciso di pubblicare una nota chiarificatrice. La nota chiarificatrice chiarifica che:
Il giudizio finale sull'atteggiamento storico di Pio XII nei confronti del fascismo, del nazismo e della Shoah resta ancora sospeso.

Capisco. Il giudizio sull'operato di una persona che ha guidato la Chiesa negli anni della seconda guerra mondiale può benissimo prescindere dalle sue posizioni nei confronti di nazismo, fascismo e Shoah.

Prosegue, la nota chiarificatrice, chiarificando anche che: le scelte concrete compiute da Pio XII sono state compiute con la pura intenzione di svolgere al meglio il servizio di altissima e drammatica responsabilità del pontefice.
Chiaro. Anche io l'altro giorno quando stavo per dare fuoco alla cucina agivo con le migliori intenzioni (preparare una torta per le mie amiche e la cena per la mia famiglia); ciononostante se avessi dato fuoco alla cucina nessuno mi avrebbe ringraziata e messo in tasca 20 euro perchè stavo cercando di svolgere al meglio il servizio di figlia.

Il candidato ha vissuto in modo eminente le virtù cristiane e ha manifestato la sua fede, la sua speranza, la sua carità, in grado superiore a ciò che si attende normalmente dai fedeli. Grazie, è generalmente auspicabile che si comporti un pochino più rettamente dell'ultimo dei peccatori.

La valutazione riguarda essenzialmente la testimonianza di vita cristiana data dalla persona (il suo intenso rapporto con Dio e la continua ricerca della perfezione evangelica), e non la valutazione della portata storica di tutte le sue scelte operative"
Insomma, mi dicono che vogliono beatificare una persona perchè, non sappiamo come abbia agito, ma aveva un intenso rapporto con Dio.

La trovo una spiegazione parecchio pericolosa, questa che distacca l'azione dal pensiero. Mi pare anzi che si contrapponga in toto all'idea di coerenza.
Mi pare che spalanchi la strada alla beatificazione di qualunque dittatore o tiranno abbia operato appellandosi agli ideali di Dio, patria e famiglia, cose bellissime, che persone timorate che erano Mussolini e Hitler! Orsù, beatifichiamoli, sospendiamo il giudizio finale nei confronti del fascismo, del nazismo e della Shoah.
Mi pare una cosa alla quale non pensare nemmeno, almeno finchè non potremo esaminare i fascicoli segretissimi sul pontificato.
Mi pare piuttosto intollerabile.

mercoledì 2 dicembre 2009

Caro papà, io lo lascio davvero questo paese

Caro papà,

ho letto la tua lettera ieri mattina e ho versato una lacrima. Quanta amarezza questo mio paese.
Quanta amarezza il consiglio che mi hai dato.

Molti dei miei amici già sono partiti, vivono in Belgio, in Inghilterra, in Germania. Più della metà di coloro che sono ancora in Italia -ed io con loro- partirà entro breve.
Nessuno di quelli che già sono via ha trovato lavoro subito, alcuni mi hanno scritto, demotivati, dicendomi che pensavano di tornare a casa; adesso quasi tutti hanno impieghi di responsabilità, o che corrispondono a quello che volevano fare nella vita e per cui avevano studiato.

Mentre noi andremo ad ingrossare le fila degli italiani all'estero, te e la mamma resterete a casa. E il papà e la mamma dell'Ale. E il papà e la mamma di Saverio. E il papà e la mamma di Mary, di Giacomo, della Ramy, di Matteo, dell'Anna, della Vale, di Fabio, della Chiara... Già. Se avrò dei figli, saranno dei bimbi bilingui che andranno ad accrescere il tasso di nascite belga, mentre in Italia, molti dei giovani già partiti per l'estero, coloro che rimarranno si troveranno a dovere prendere la decisione di fare nascere dei bambini in un paese senza lavoro, con poca democrazia, senza diritti sociali.
Con un paese sempre più vecchio, che ne sarà della vostra pensione? Dove si troveranno i soldi per rifare le strade, migliorare gli ospedali di cui ci sarà crescente bisogno, pagare i professori, lottare contro la mafia?

Io non me ne curerò, sarò a Bruxelles con i miei paffuti figlioletti bilingui.

Partirò tra un mese, e tu papà, che sei direttore della Luiss, ben volentieri mi invierai i soldi per pagarmi l'affitto, le spese e i biglietti aerei finché non sarò in grado di mantenermi da sola. Te lo saresti potuto permettere anche se, invece che al vertice di una prestigiosa università, fossi stato oculista presso un ospedale pubblico. Certo, non avessi tu avuto l'interesse, la voglia, la decisione necessari per intraprendere questa carriera. Se avessi voluto fare l'artigiano. Se fossi stato operaio o semplice impiegato.. So che mi avresti aiutato lo stesso con tutti i mezzi, ma in questo periodo di crisi, chiusa l'azienda per cui lavoravi, forse non sarei partita.
Così molti miei amici non avranno la possibilità o il cuore di abbandonare l'Italia e si troveranno qua, in un paese sempre più vecchio, sempre meno attento alle loro esigenze, sempre più piegato sui suoi vecchi errori.

Ma questo problema non mi coinvolge, sarò a cena con i miei amici internazionali, bevendo vino rosso nella mia casa non lontana dal centro di Bruxelles.

Nulla si rinnoverà, nulla cambierà e quindi nulla resterà com'era, bensì peggiorerà, senza le energie, le idee, i contributi anche economici, lo spirito critico, la passione di me e dei miei coetanei. E mentre chiuderanno gli asili nido e si sfalderanno le strade, i politici di Forza Italia, che sarà soltanto l'esile scheletro della macchina che il partito una volta era, i politici di Forza Italia ancora ripeteranno che l'eutanasia viola la legge del Signore senza rendersi conto che eutanasia è quello che hanno fatto a questo paese.
Tagliando i fondi alla ricerca e all'università, tagliando le scorte ai pochi che hanno ancora il coraggio di lottare, tagliando le spese pubbliche, tagliando i fondi all'arte e allo spettacolo...

Ed eccola, l'Italia di quando sarò vecchia io: la meta delle vacanze di me e di tutti i miei brillanti amici expats.

Grazie per tutto quello che hai fatto per me, papà. Mollo tutto. Vi abbandono qui, te, la mamma, e i miei amici che non possono partire.
Me ne vado a Bruxelles.
Lavorerò per l'Unione Europea, per rialzare e coprire di cerotti e riabilitare infine questo paese.

sabato 21 novembre 2009

Le parole sono importanti!

E' un fine settimana in cui mi ritrovo a parlare di lingua: mercoledì ho discusso di lingua strapazzata dall'ignoranza, giovedì in un momento di epifania mi sono resa conto che tutte le materie che mi abbiano mai interessata avevano a che fare con la lingua, e persino venerdì è stata una carezza linguistica a scandire la serata: ho sentito il verbo "lambire" in un locale dai tavoli appiccicosi e dalle pareti grigie, mentre la persona che pronunciava "lambire", coniugato in "lambito", stringeva nella destra il manico di un boccale di birra da un litro. In un ambiente che non avrebbe cozzato con la bestemmia ed il turpiloquio, si librava nell'aria un verbo magari non aulico, ma in cui il significante ed il significato si completano alla perfezione: l'accostamento delle due consonanti "mb" così languidamente introdotto dalla liquida è così perfetto per il significato del verbo!

Forse so perchè do così tanta importanza alle parole, alla scrittura, alla comunicazione.
Le parole che scegliamo per dire quello che diciamo parlano di noi.
I miei "ma valà", che così scrivo perchè così li pronuncio, come fossero una frana, e i "non ci credo", ma anche tutti gli "ossimorico" sono carattere ed modo di pensare. Penso di essermi più volte innamorata di qualcuno perchè aveva usato un bel verbo, o un sostantivo con bel suono che faceva intuire una bella persona.

E poi la scrittura. La scrittura è come una fotografia con gli odori e i suoni, con rilievi e ruvidità, una foto che può essere salata o aspra oppure delicata e lasciare un ottimo retrogusto. Una foto che fotografa il momento, ma anche il prima ed il dopo e persino il contemporaneamente, dall'altra parte del mondo. Ho letto Harry Potter e conosco benissimo Hogwarts, e so con certezza che persino i maghi non hanno foto del genere. La scrittura immortala un momento, un sentimento, un pensiero. E proprio perchè così simile al pensiero, lo fa al meglio, meglio di qualunque immagine che fatica a raccontare l'odore di fogna che c'era in quella periferia di Barcellona dove i giovani immigrati giocavano a basket.

La scrittura può rendere eterno il momento in cui il bimbo paffuto, così paffuto che si potrebbe forse definirlo cicciotto, che abita sopra di me, è tornato a casa qualche sera fa. Aveva un paio di calzini blu fino al ginocchio, un piumino rigonfio che lo faceva sembrare ancora più tondeggiante, ed uno zaino di plastichina-quella-che-si-rompe-subito sulle spalle. Mentre impacciato da zaino, ciccia e piumino saliva le scale, la sua mamma ha aperto la porta. Non so dove abbia trovato il fiato per chiamare "Mamma!". Poi, dopo il suono di due passi sui gradini, "Mamma, ho fatto goal, oggi lo sai che ho fatto goal?!".
E in quel momento è stato come se la tenerezza potesse vincere.